Intervista a Erri De Luca

Leggere è più entusiasmante che scrivere

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Intervista ‘botta e risposta’ a Enrico De Luca detto Erri (Napoli, 1950) scrittore, traduttore e poeta.

 

 
Ricorda un momento particolare in cui la letteratura è entrata nella sua vita?
Sono cresciuto in una piccola stanza strapiena di libri. Prima di saper leggere e scrivere ho avuto intimità con quella tappezzeria disordinata e isolante.

Quando scrive preferisce lavorare al computer o è ancora fedele alla cara vecchia penna?
Scrivo su quaderni a righe, la mia mano viaggia alla lentezza della frase.

Ha orari particolari o rituali che la accompagnano nella pratica della scrittura?
Mi alzo molto presto la mattina e quelle prime ore di buio sono le migliori.

Di solito inserisce componenti autobiografiche nelle storie che narra o nella descrizione delle caratteristiche dei personaggi principali?
Scrivo storie del passato, accadute a me e nei miei paraggi, approfitto della vita svolta, che si chiama solennemente autobiografia

Ritiene di avere una categoria di lettori “tipo”?
Non lo so. Nei posti pubblici dove racconto storie a voce ci vengono persone di ogni età e condizione.

Lei collabora con articoli di opinione a diversi giornali (La Repubblica, Il Corriere della Sera, il manifesto, Avvenire): cos’hanno in comune narrativa e giornalismo?
Collaboro a giornali senza avere l’urgenza del giornalista che deve riferire i fatti. Aggiungo un mio punto di vista, perciò nel mio caso la scrittura non cambia, resta narrativa e intrusa dentro un giornale quotidiano.

Che ruolo svolge la politica e il credo politico nella sua vita?
Ho fatto parte in gioventù dell’ultima generazione rivoluzionaria del 1900, sono rimasto vincolato a quella parola politica che voleva fare quello che affermava. Oggi la parola politica si è sganciata dalla responsabilità di fare quello che afferma. Ognuno può smentire la propria parola pubblica senza perdere credito e consenso. Dunque per me la parola politica è scaduta a strillo pubblicitario e non assegno alcun valore a quella corrente. Oggi la sola politica è quella di chi si oppone alla devastazione del territorio. L’unica parola politica è la legittima difesa contro l’ aggressione ambientale.

Che tipo di libri legge normalmente?
Quelli che mi arrivano a casa, a casaccio. Ora ho tra le mani un libro di Haim Baharier, “La valigia quasi vuota”, dove si narra la profondità dello zoppicare.

Lei pensa che per diventare un bravo scrittore basti solo leggere molto?
E’ una premessa, ma non è un programma, si può amare la lettura senza nessun desiderio di mettersi a scrivere. Leggere per me è più entusiasmante che scrivere, perché i libri che amo sono migliori di quelli che scrivo.

Lavora con gli editor o vuole che il frutto del suo lavoro resti così com’è?
Consegno all’editore una scrittura abbastanza definitiva, che non comporta revisioni, ripensamenti.

Secondo lei le scuole di scrittura hanno un’utilità effettiva nella crescita di uno scrittore?
Non ne sono stato allievo e dunque non so. Mia scuola di scrittura più preziosa è stata la traduzione. Ho amato per esempio un poeta e l’ho seguito fin dentro la tana della sua lingua madre. Ricavando una mia traduzione mi sono forzato a trovare nel mio vocabolario la corrispondenza con la parola più giusta e questo mi ha aiutato a essere preciso.

Cosa si sente di dire ai tanti, forse troppi, scrittori per i quali la pubblicazione rappresenta un principio da perseguire ad ogni costo?
Oggi esiste la possibilità di mettere in rete la propria scrittura e questo salta il setaccio stretto e spesso arbitrario delle redazioni di case editrici. La pubblicazione su carta non è più l’ambito traguardo di chi vuole farsi leggere. Anche perché la gran parte delle pubblicazioni ha vita corta sugli scaffali e pochissima distribuzione.

Se la sente di chiudere questa intervista con un monito da inviare ai giovani affinché riescano ad apprezzare maggiormente la pratica della scrittura e della lettura?
Leggere assai, scrivere con passione porta questo solo sicuro vantaggio: essere proprietari della propria lingua e non clienti, che si ritrovano in bocca frasi fatte e stereotipi in circolazione. Avere il proprio vocabolario oggi affranca dalla servitù di subire quello spacciato. Per esempio non ti fai mettere in bocca “missione di pace” per degli interventi militari all’estero, finiti tutti in disastrosa ritirata, dalla Somalia, all’Irak, all’ Afganistan. Le lasci in bocca ai pubblici spacciatori di vocabolario falso, le parole sbagliate. Alla fine dei conti avere un proprio vocabolario è una adesione di igiene orale, non ti si attacca la loro carie.

Daniele Dell’Orco  (24.02.2014)
FONTE: www.scrivendovolo.com

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