Primo Piano

John Irving:  Le regole della casa del sidro

Titolo originale: “The Cider House Rules” (1985)
Edizione Italiana: Bompiani, 1985 – Traduzione di Pier Francesco Paolini

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Le regole della casa del sidro è un romanzo potente, di grande impatto emotivo, etichettato spesso e in maniera sbrigativa come “libro sull’aborto”.  Il libro racconta la storia di Homer Wells, un ragazzo nato e cresciuto nella clinica-orfanotrofio di St. Cloud’s nel Maine, dove donne di bassa estrazione sociale vanno a partorire il bambino per poi abbandonarlo.

I bambini crescono nella struttura, accuditi e amati dalle infermiere Nurse Edna e Nurse Angela fino al fortunato momento dell’adozione (se arriva), ma succede pure che vengano rimandati indietro dai genitori adottivi per mancata armonia tra le parti, come è stato più volte per Homer Wells, tanto che il dottor Lars si persuade a tenerlo per sé, come un figlio, iniziandolo alla professione di medico.

Non tutte le donne che scendono dal treno e s’incamminano verso l’orfanotrofio sono a fine gravidanza (come osservano gli orfani più perspicaci) ce ne sono tante pallide e meste, che il giorno dopo se ne vanno via ancora più smunte e pure doloranti. Il dottor Larch è infatti un medico abortista, e siamo negli anni ‘40 dove negli Stati Uniti l’aborto è vietato per legge. Larsch considera il suo compito come una missione, come un atto di civiltà e prova grande pietà per le tante donne che vivono il dramma della maternità indesiderata, donne povere, con situazioni disperate: l’alternativa sarebbe affidarsi nelle mani di “macellai”.

«Però sono tutte incinte» disse Homer Wells.  «Tutte le donne che vengono qui… o stanno per fare un orfano o stanno per fermarlo, giusto?»
«Esatto» disse il dottor Larsch. «Io sono solo il medico. Le aiuto a fare quel che vogliono. Un orfano o un aborto.»
«Un orfano o un aborto» disse Homer Wells.

Il dottor Larch reclama il giovane Homer come assistente, convinto delle sue attitudini tecniche e capacità di studio, nella speranza che un giorno prenda il suo posto a St. Cloud’s. Homer però ha altre convinzioni, accetta di aiutarlo a far partorire ma si rifiuta categoricamente di assisterlo durante gli aborti. Nell’Istituto le due pratiche sono chiamate in gergo il lavoro del Signore e il lavoro del Diavolo,  per mettere in chiaro quale operazione va eseguita di volta in volta.

Homer sente forte la pressione del dottor Larch, sa di non poter soddisfare le sue aspettative e irritato dalle continue insistenze decide di andarsene dall’Istituto e cercare la propria strada, nonostante ami Larch come il padre che non ha mai avuto. Il suo intenzionale allontanamento sarà uno shock per il dottore, che ama Homer come il figlio che non ha mai avuto e la fuga manderà in pezzi anche la promessa fatta a Melony, orfana del reparto femminile di St. Cloud’s:

«Prometti che resti finché resterò io, Raggiodisole» disse Melony.
«D’accordo,» disse Homer Wells. Lei gli diede un morso.
«Lo prometto» disse Homer.

Non dirò altro della trama che è avvincente e coinvolgente fino all’ultima riga, ma vi lascio le mie considerazioni su questo romanzo che per mille motivi ho già inserito nella mia personale selezione dei 100 libri TOP.

Mi è piaciuto perché:

  • È una storia di formazione dai temi scottanti;
  • Perché affronta con intelligenza e delicatezza i temi di aborto, gravidanze indesiderate, disagio dei bambini orfani e in generale la fragilità di tutti i figli non voluti;
  • Perché esalta la maternità consapevole e sottolinea la grande responsabilità della genitorialità. Essere genitori è uno dei doni più belli della vita, Homer Wells lo capirà a caro prezzo sulla propria pelle.
  • Perché Irving fa cozzare in maniera magistrale l’innocenza di Homer Wells con la dura realtà. Homer, protetto dalle mura di St. Cloud’s, si avventura nel mondo senza sapere nulla delle regole della vita, senza difese di fronte agli ostacoli che troverà nel suo cammino;
  • Perché ha pathos ma anche cinismo, perché racconta un dramma ma c’è posto per tanta tenerezza;
  • Perché Charles Dickens aleggia con insistenza tra le seicento pagine: i suoi romanzi vengono letti ogni sera nella camerata degli orfani (alla sezione femminile si legge Jane Eyre);
  • Perché dimostra che nella vita la coerenza non è tutto e si può anche cambiare idea;
  • Perché è in grado di sollecitare riflessioni e interrogativi di ordine morale;
  • Perché dimostra che le regole mie possono non essere le tue;
  • Perché solo un grande scrittore è in grado di creare personaggi minori con un posto speciale nel complesso disegno del romanzo, tra tutti nomino Melony e Fuzzy Stones;
  • Perché ha un magnifico finale a sorpresa che commuove;
  • Perché Irving ha uno stile elegante e pulito, a tratti poetico, con brani che sono vere pillole di vita, da leggere e rileggere.

Se proprio occorre trovare un difetto, citerò la crudezza delle tecniche di ginecologia chirurgica nei primi capitoli ma è cosa personale, confesso di non riuscire nemmeno a guardare un ago che entra in vena. Nei ringraziamenti dell’autore si apprende che John Irving deve molto a suo nonno, che fu primario al Reparto Maternità di Boston e insegnò Ostetricia a Harward per anni.

Per finire: Le regole della casa del sidro è un romanzo intenso e potente, sul perdersi e ritrovarsi, sull’aprire la mente in cerca di risposte, sul tentare di comprendere che la propria visione del mondo potrebbe  non essere l’unica possibile.
Da qualsiasi parte stiate in tema di aborto, questo libro è per voi.

Mi auguro di essere stata convincente o almeno di aver solleticato la vostra curiosità.

Alla prossima!

Fabiola

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