Faulkner: Assalonne, Assalonne!

WILLIAM FAULKNER
Assalonne, Assalonne! ( “Absalom, Absalom!” , 1936)

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“Assalonne! Assalonne!” è un libro di straordinaria bellezza, un romanzo grandioso che trasuda odio, dolore e tragedia. Lo capiamo dopo poche pagine e chi ha nozione di Assalonne, lo sa ancora prima di cominciare, perché il titolo è un riferimento biblico: Assalonne era il figlio prediletto del re israelita Davide e le vicissitudini di uno dei protagonisti della storia ne ricalca fedelmente le vicende (guardate su Wikipedia, ma solo alla fine!).

Lo scenario è quello del Sud degli Stati Uniti all’epoca della guerra di Secessione al quale lo scrittore ci ha abituati e fa da cornice alle vicende della famiglia Sutpen, dall’ascesa del capostipite Thomas fino alla completa rovina sua e della sua progenie, fatta di figli legittimi e figli ripudiati. La storia abbraccia un arco di tempo lungo quasi cento anni, in cui si muovono più generazioni dentro una moltitudine di piani temporali sfalsati, alla rinfusa e di non facile comprensione, che solo un maestro come Faulkner poteva creare e dominare con spavalda padronanza.

Il romanzo cattura il lettore fin dall’incipit, in cui sottili lame di luce filtrano dalle persiane sbarrate di una stanza arroventata dalla calura e un’anziana signora narra a un ragazzo la storia della sua vita pregna di odio e di vendetta mentre il giovane ascolta senza porre troppo interesse ai fatti, vecchi di decine d’anni e di gente che nemmeno conosce e anzi si chiede con insistenza “perché io, perché proprio a me, cosa c’entro io in questa faccenda”.

Una rosa di personaggi indimenticabili, bianchi, neri, meticci, figli legittimi, figli bastardi e un’infinità di temi trattati quali l’incesto, il razzismo, la schiavitù infame, l’umiliazione, la perdizione, la vendetta. Sopra a tutto campeggia l’odio covato per anni, fino all’esplosione, fino alla tragedia. E quello sconcerto che ci prende per non riuscire a capire chi è che parla e di cosa si sta parlando tipico di Faulkner, non ci preoccupa perché siamo fiduciosi nello scrittore, siamo certi che alla fine scioglierà ogni filo della matassa e allora tutto ci apparirà chiaro.

Nella mia versione Adelphi, alla fine è inserita la cronologia degli eventi e una genealogia dei personaggi in aiuto alla comprensione della trama. Consiglio di tralasciare la sequenza dei fatti poiché svelano troppo il plot  e  studiarsi invece l’albero genealogico che nulla toglie al gusto della storia e aiuta ad orientarsi nel vortice dei personaggi delle varie generazioni (padre-figlio-nipote)  e relativi salti spazio-temporali.

Con questo romanzo Faulkner mostra al mondo ciò che può essere fatto con la parola scritta, ci sommerge con un flusso di coscienza senza alcuna regola lessicale, fa uso di incisi lunghissimi, di incisi negli incisi, di parentesi tonde che si annidano e periodi così lunghi che per trovare un punto bisogna girare pagina. E non è esibizionismo lessicale – d’accordo lui è un maestro anche in questo – e ripeto, non è esercizio di scrittura, perché dietro le sue parole ci sono i personaggi in carne e ossa, perduti, disperati, illusi, assassini, vittime e carnefici nello stesso tempo.

La grandezza di Faulkner è dentro questo romanzo, mi viene quasi voglia di non leggere più niente di lui e lasciare Assalonne re incontrastato di tutta la sua opera. Se dovessi dare un voto,  non basterebbe il massimo consentito.

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